mercoledì 14 marzo 2012

IL CASO
Vuole donare gli embrioni congelati per la ricerca. 
La clinica:« la legge lo vieta»
Una vedova di Nassiriya dieci chiede gli embrioni, ma dopo il no si profila il ricorso alla Corte di Strasburgo per i diritti dell'uomo
 
ROMA - Cinque embrioni congelati dal 2002 in una clinica romana. La proprietaria che torna a richiederli lo scorso gennaio, dunque dopo dieci anni, non per avviare un programma di procreazione assistita. Ma per donarli «affinché vengano utilizzati per la ricerca scientifica sulle cellule staminali». Il responsabile del centro che si rifiuta di cedere le paillettes dove i frutti del concepimento sono conservati, immersi in azoto liquido: «Non lo permette la legge». E adesso si profila concretamente l’ipotesi di un ricorso da parte della donna alla Corte europea di Strasburgo per la difesa dei diritti dell’uomo. 
 
LA FECONDAZIONE ASSISTITA - Storia unica, senza precedenti. Lei è Adele Parrillo, vedova di una delle vittime dell’eccidio di Nassiriya. Il 12 novembre del 2003 assieme ai militari italiani uccisi da un camion-bomba perse la vita anche il suo uomo, il regista Stefano Rolla. L’anno prima, non riuscendo ad avere figli, Adelina e Stefano avevano deciso di avviare un programma di fecondazione assistita all’European Hospital, sede di uno dei migliori centri italiani di medicina e biologia della riproduzione, diretto da Ermanno Greco. I cicli di trattamento avevano portato allo sviluppo di cinque embrioni, destinati all’impianto, nella speranza che sbocciassero in un bambino. Ma pochi mesi dopo Stefano è morto. 
LA RICHIESTA DI DONAZIONE - Ora la Parrillo, difesa dall’avvocato Nicol Paoletti, in una lettera inviata all’European rivuole indietro il suo piccolo scrigno: «Sono trascorsi diversi anni, purtroppo nel frattempo il mio compagno è deceduto, non intendo più procedere all’impianto e desidero donare gli embrioni affinché vengano utilizzati per la ricerca scientifica sulle cellule staminali. La prego pertanto di metterli a mia disposizione». Mantiene un rispettabile riserbo col Corriere: «Non voglio parlare perché con le mie parole potrei compromettere l’esito dell’azione legale. Indipendentemente dalla mia vicenda personale sono da sempre favorevole alla sperimentazione sugli embrioni. E’ un atto di civiltà. Piuttosto che buttarli via. Non capisco perché per veder riconosciuti principi di civiltà bisogna sempre sfinirsi». 
LA RISPOSTA DELLA CLINICA - Nella sua risposta Greco si rifà alla legge 40: «Allo stato attuale la ricerca è consentita solo per perseguire finalità terapeutiche e diagnostiche volte alla tutela della salute e allo sviluppo dell’embrione. Qualsiasi altra attività è vietata penalmente sanzionata». Un caso spinoso. Filomena Gallo, avvocato, docente di legislazione nelle biotecnologie in campo umano, segretario dell’associazione Luca Coscioni si limita a osservazioni tecniche: «Il divieto della legge 40 presenta profili di incostituzionalità perché limita la libertà di ricerca riconosciuta dalla Carta all’articolo 33. Oggi i nostri scienziati acquistano le linee staminali embrionali all’estero perché non possono estrarre staminali dagli embrioni italiani frutto di cicli di riproduzione assistita. Quelli non idonei per la gravidanza vengono abbandonati e il governo non ne decide il destino nè vengono trasferiti all’ospedale Maggiore di Milano come era previsto». La questione potrebbe diventare materia di ricorso alla Corte di Strasburgo che a sua volta la girerebbe al governo italiano. 

Margherita De Bac

mdebac@corriere.it
 
14 marzo 2012
www.corriere.it

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