sabato 20 aprile 2019

Le oche in vigna al posto di diserbante e trattori
A Montefalco la scelta taglia-gasolio di produttori biodinamici


 © ANSA

ROMA, 9 sett. 2018 - Oche libere di scorrazzare tra i filari per tagliare i trattamenti chimici in vigna e i costi del gasolio. E' la scelta agronomica dell'azienda vitivinicola Di Filippo che a Montefalco che aiuta a contenere i costi d'impresa e permette di offrire al consumo calici di vino sostenibile.

''Sono circa 400 le oche - raccontano Roberto Di Filippo e la sorella Emma, viticoltori con metodo dell'agricoltura Biologica e della filosofia Biodinamica - che 'pascolano' dalle sei del mattino e tornano da sole alle sette di sera, svolgendo involontariamente svolto un lavoro molto importante: si nutrono dell'erba infestante, eliminando la necessità di tagliarla con attrezzi meccanici, o peggio ricorrere a diserbanti chimici.

L'utilizzo delle oche, non solo fa risparmiare 100 litri di carburante ad ettaro per trattori e falciatrici, ma con il loro passo lieve le oche non compattano ne riducono la fertilità il terreno, come farebbe il passaggio di una pesante falciatrice.

Questo esito giova moltissimo alla pianta. Le oche concimano, fertilizzano e migliorano la qualità della sostanza organica, potenziando l'attività microbica del suolo, evitando l'impiego di diserbanti. Vi sono profondi cambiamenti biochimici legati alla presenza delle oche, che migliorano indiscutibilmente la qualità produttiva di un vigneto biologico. Da cinque anni, In virtù della collaborazione con l'Università di Perugia, Department of Agricultural, Environmental and Food Science University, sperimentiamo con successo l'allevamento delle oche in vigna''. Il principio è quello dell'Agroforestry, il sistema che prevede la convivenza di coltivazioni verdi, semine e pascoli sullo stesso terreno, per un'agricoltura virtuosa che si autosostiene, dove non ci sono scarti o rifiuti e sarà illustrato il 14 settembre, annunciano in una nota, in un convegno, a cura dell'Università di Perugia, nell'ambito della manifestazione Enologica Montefalco.

ANSA

martedì 16 aprile 2019

Acqua dalla nebbia per irrigare il deserto e riforestarlo: la rivoluzionaria sperimentazione tutta italiana
acqua dalla nebbia nel deserto
Irrigare il deserto e rinverdirlo si può, prendendo l’acqua dalla nebbia. Un team dell’Università di Firenze ha sperimentato con successo nel deserto di Atacama, in Sud America, la tecnica del water harvesting, con la quale si “distilla” l’acqua dalla nebbia. E ha fatto rinascere pezzi di foresta.
I ricercatori dell’Università di Firenze, e in particolare del Dipartimento dei Sistemi agricoli, alimentari e forestali (Gesaaf) ci hanno lavorato per 23 anni e ottenuto ora un incredibile successo: il water harvesting funziona e dalle foschie si ottiene veramente acqua, un bene preziosissimo per tutti, ma soprattutto per le zone aride e semi-aride, nonché in quelle fragili. Anche e, soprattutto, in termini di riforestazione.
Con l’hashtag #fogcollection (raccolta di nebbia), la squadra ha annunciato  il successo sulla pagina Facebook del laboratorio dedicato.
Ma come funziona veramente la tecnica? Con il nome di water harvesting si intende in realtà una serie di tecniche di concentrazione di acqua piovana e successivo immagazzinamento per utilizzo successivo, che “approfittano” delle pochissime piogge che si verificano nelle zone aride.
Nel caso specifico si usano delle “ragnatele” che catturano le goccioline d’acqua sospese nella nebbia che arriva dal mare, raccolte poi in un serbatoio grazie a delle canaline. “In media siamo riusciti a ricavare 12 litri di acqua al giorno con un sistema di reti alte 4 metri e larghe 12 per un’area di cattura complessiva di 960 metri quadrati – ha detto a ‘La Repubblica’ Fabio Salbitano, membro del team – L’acqua, in un primo momento, è stata destinata a un progetto di riforestazione della regione e, a 23 anni dalla semina, oggi il 65% di queste piante sono ancora vive e crescono“.
Il gruppo di ricerca, formato dai dottorandi Beatrice Laurita, Kamar Khazal e dallo stesso Fabio Salbitano aveva già lavorato in Etiopia, Kenya, Brasile e Guatemala, in alcune occasioni già con siti pilota, per la ricerca dei siti ottimali per la raccolta dell’acqua, cercando sempre di coinvolgere le comunità locali.
“Il Water Harvesting Lab nasce per sviluppare la ricerca nel campo della realizzazione di Water Harvesting – si legge sul sito ufficiale del team – la gestione dell’acqua piovana attraverso le applicazioni GIS e la Cooperazione Internazionale, in particolare nelle aree aride e semi-aride e nelle regioni fragili”.
Le zone aride e fragili del pianeta sono tante, e in aumento. Così come, purtroppo, un’opera di indiscriminata deforestazione compiuta dall’uomo. Successi come questi ridanno speranza. E vita.
Il lavoro è stato pubblicato su Science of Total Environment e presentato all’ultima Assemblea dell’EGU – European Geoscience Union lo scorso 8 aprile.

13 Aprile 2019