sabato 24 maggio 2014



Saranno i pescatori a salvare le nostre tartarughe di mare
Oltre 130 mila esemplari, protetti da convenzioni internazionali, direttive comunitarie e leggi nazionali, catturate involontariamente dai pescatori

di Carlotta Clerici
Il programma TartaLife per salvare le tartarughe marine dalla pesca involontaria

A salvare le tartarughe ci penseranno i pescatori. Non più nemici, ma alleati di questi rettili marini in TartaLife: la strategia salva tartarughe (tra i programmi Life+ della Ue) da 2 milioni di euro, che coinvolge fino al 2018 tutte le nostre città affacciate sul mare. Il nuovo piano, coordinato dall’Istituto di scienze marine del Consiglio nazionale delle ricerche di Ancona (Cnr-Ismar), tra i protagonisti vede anche il consorzio Unimar, che unisce i tre organi centrali della pesca italiana: Agci Agrital, Federcoopesca e Lega Pesca. E che, per diventare amici delle tartarughe, si faranno aiutare da alcuni esperti della biodiversità marina. Tra cui, per esempio, la Fondazione Cetacea, il Cts e Legambiente. «I pescatori», spiega Maurizio Giganti, responsabile settore conservazione natura di Cts e portavoce di TartaLife, «sono indispensabili per il futuro delle tartarughe».

La strage
Oltre 130 mila le tartarughe marine — la Caretta caretta, già protetta da convenzioni internazionali, direttive comunitarie e leggi nazionali — catturate involontariamente dai pescatori professionisti nel 2013 nel Mediterraneo (dati TartaLife). Delle quali 70 mila per avere abboccato agli ami per la pesca al pescespada, oltre 40 mila intrappolate nelle reti a strascico e circa 23 mila in quelle da posta. Con un bilancio totale di 40 mila esemplari deceduti. «Fuori dai calcoli ufficiali», puntualizza il biologo, «ci sono migliaia di piccole imbarcazioni da pesca che operano nei Paesi africani affacciati sul Mediterraneo. Se li contassimo, si arriverebbe a una stima di 200 mila catture e a circa 70 mila decessi».
Pesca amica
Obiettivo principale di Tartalife, aiutare i pescatori a salvare le tartarughe catturate. Partendo, in primo luogo, dalle attrezzature. Come le reti a strascico. «Per ridurre la cattura accidentale», spiega Giganti, «alcune marinerie italiane sperimenteranno un dispositivo meccanico denominato Ted (Turtle Exculder Device, letteralmente «meccanismo di esclusione della tartaruga») già diffuso in molti Paesi oltre oceano per la pesca dei gamberi». In pratica, una griglia cucita all’interno della rete (prima del sacco terminale) con il compito di sbarrare la strada alla tartaruga ma non al pesce. «Per evitare interferenze con le reti da posta», prosegue Giganti, «sperimenteremo invece lo Star (Sea Turtle Acoustic Repellent). Un dispositivo elettroacustico da mettere sulla rete che si usa già per tenere lontani i mammiferi marini dalle attività di pesca».
Attrezzature salva-tartarughe
Oltre all’intervento sulle attrezzature classiche da pesca, il progetto prevede anche l’introduzione di nuovi strumenti mai sperimentati in Italia. «Proveremo», afferma Giganti, «una nassa di nuova generazione, già utilizzata con successo nel nord Europa per la pesca al merluzzo, ma mai prima d’ora nel Mediterraneo». Senza contare, il lavoro che verrà fatto anche sugli ami. In modo particolare nella zona adriatica e nel canale di Sicilia: le più rischiose per le tartarughe. «In questi tratti di mare», spiega il biologo, «per pescare il tonno e i pescespada si usa il palangaro: una lenza lunghissima, farcita di ami. Che, per evitare le catture accidentali, vogliamo sostituire con quelli arrotondati».
Pescatore 2.0
Per diffondere i sistemi proposti da Tartalife (ami circolari e Ted),anche diversi corsi di aggiornamento per i pescatori e l’attivazione degli sportelli di assistenza per quelli che vorranno sostituire i vecchi attrezzi da pesca con altri più nuovi e selettivi. «Per farlo», spiega Giganti, «si potrà usufruire degli incentivi che dovrebbero essere previsti dal nuovo Feamp (Fondo europeo per le attività marittime e la pesca)».
Pronto soccorso
Il nuovo approccio dei pescatori non riguarda solo le attrezzature da pesca, ma anche il pronto soccorso se per sbaglio viene pescata, insieme al pesce, una tartaruga. «Se catturata accidentalmente», spiega il biologo, «la tartaruga ha bisogno di rimanere un po’ di tempo sulla barca per riprendersi». Una pratica che però si scontra con la normativa italiana: il decreto ministeriale della marina mercantile del 1989, che vieta il trasporto e la detenzione delle specie protette a bordo delle imbarcazioni. E tra i motivi principali per cui le tartarughe, in qualsiasi stato si trovino, vengono ributtate dai pescatori nel mare. «Per dare soccorso alle tartarughe», spiega Giganti, «i pescatori potranno richiedere la richiesta di ospitare a bordo l’animale. In modo da evitare le sanzioni e salvargli la vita».
Sos Adriatico
Zona particolarmente infelice per le tartarughe, quella adriatica. In cui soltanto l’anno scorso ne sono morte più di 200 non solo per le catture accidentali, ma anche per altre cause ancora da chiarire. «Oltre alla pesca», afferma il biologo, «stiamo valutando l’impatto delle trivellazioni e del rigassificatore di Portovivo (al largo delle coste della provincia di Rovigo)». Senza dimenticare quelle climatico-ambientali. «Dalle necroscopie», rivela Giganti, «abbiamo accertato che tutte le tartarughe morte avevano azzerata la flora batterica». Dettaglio che potrebbe far luce sul motivo della moria. «Questo», conclude il biologo, «potrebbe dipendere sia dagli antibiotici, usati per abbattere le schiume organiche. Oppure, dal fatto che quest’anno la temperatura delle acque adriatiche è scesa rapidamente. Causando una reazione ipotermica nelle tartarughe, detta cold stunning turtle e che, oltre all’Italia, ha colpito anche in altre zone del Mediterraneo».

24 maggio 2014 
www.corriere.it 

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