venerdì 24 gennaio 2014

Cervello, da cosa dipendono i gusti musicali?

Percezione, armonia, dissonanze: ecco cosa determinerebbe il nostro piacere nell'ascoltare una canzone


24.1.2014 - Il protagonista di un vecchio, strepitoso libro di Nick Hornby, giudicava apertamente le persone in base ai gusti musicali: lo faceva senza cattiveria intenzionale ma stroncando in modo veemente certi ascolti, basandosi soltanto sugli acquisti di album che lui, proprietario di un negozio di dischi, li vedeva effettuare. Rob Fleming, questo il nome del protagonista del libro Alta Fedeltà, a quanto pare non aveva tutti i torti: il suo personaggio si basava su una percezione reale del gusto musicale negli ascolti.

Comportamento adolescenziale? Solo in parte. I nostri gusti musicali, a quanto pare, dipendono principalmente alla combinazione di comportamenti sociali con la “natura” vera e propria: quindi, fondamentalmente, non siamo esattamente noi a scegliere la musica che ci piace, ma sono una serie di elementi che ci caratterizzano a determinare quale sia il genere musicale che privilegiamo.

Stando ad una ricerca dell’Università di Melbourne, in Australia, i gusti musicali dipenderebbero dalla quantità di armonia che riusciamo a percepire nella musica che ascoltiamo: il nostro piacere di ascoltare quel determinato brano o disco è proporzionato alla quantità di dissonanze che ascoltiamo, e la dissonanza non dipende interamente solo dalle nostre qualità fisiche di percezione.

La conoscenza dei meccanismi alla base della composizione musicale, quindi uno studio più approfondito della musica che può riguardare gli accordi, le strutture, le melodie, le scale armoniche eccetera, fornisce maggiori strumenti di comprensione per la musica più “difficile”, potremmo dire, come le moderne suite strumentali della dodecafonia o anche, semplicemente, alcuni lavori di rock psichedelico o progressive (esempio sottostante).

Non siamo tutti uguali nei gusti musicali perché semplicemente non usiamo tutti quanti gli stessi mezzi per comprendere la musica; e anche in possesso di queste chiavi di accesso al linguaggio musicale, come ad esempio due musicisti con anni di studi alle spalle, si potrebbe pensarla diversamente su un brano:
I musicisti diplomati sono risultati più sensibili alla dissonanza rispetto a normali ascoltatori; probabile, c’era da aspettarselo. Ma è stato anche scoperto che quando gli ascoltatori non conoscevano un accordo specifico, era impossibile per loro individuare le singole note che lo componevano. Quando questa abilità mancava, gli accordi suonavano per loro dissonanti e quindi sgradevoli.
Insomma, i gusti musicali evolverebbero a seconda della conoscenza intrinseca dei meccanismi di composizione musicale, che tendono ad allargare la comprensione della musica più “difficile”. Per sillogismo aristotelico, chi ascolta determinata musica è quindi un ignorante, nel senso che ignora il linguaggio musicale più profondo?
A voi l’ardua risposta.

Via | Guardian
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