Un albero per ogni neonato, da domani in vigore la legge
Città più verdi. Previsto da norme del '92, da domani obbligatorio
15 febbraio 2013 - Le città italiane stanno per
diventare più verdi grazie alla legge che entra in vigore domani e che
obbliga i Comuni sopra i 15mila abitanti a piantare un albero per ogni
bambino registrato all'anagrafe o adottato. La normativa, che punta a
incentivare gli spazi verdi urbani, esiste in realtà da oltre vent'anni.
L'obbligo di piantare un albero per ogni neonato era stato introdotto
in Italia con la legge Cossiga-Andreotti n.113 del 29 gennaio 1992.
Per "assicurarne l'effettivo rispetto", tuttavia, la legge n.10 del
14 gennaio 2013, che entrerà in vigore domani, introduce modifiche alla
precedente disposizione. L'obbligo non si applicherà più a tutti i
comuni, ma solo quelli con una popolazione superiore ai 15mila abitanti,
e non interesserà solo le nascite, ma anche i bambini adottati. Un
altro cambiamento riguarda i tempi: la piantumazione dovrà avvenire
entro sei mesi, e non più dodici, dalla nascita o dall'adozione.
Nonostante il basso tasso di natalità italiano, la legge dovrebbe
riuscire a contrastare, almeno in parte, la perdita di zone verdi nel
Paese, che secondo l'Istituto superiore per la protezione e la ricerca
ambientale (Ispra) è di otto metri quadrati al secondo. A vigilare sul
rispetto della normativa sarà il Comitato per lo sviluppo del verde
pubblico istituito presso il ministero dell'Ambiente, mentre i Comuni
dovranno comunicare informazioni sul tipo di albero scelto per ogni
bimbo e il luogo in cui è stato piantato, provvedendo anche a un
censimento annuale di tutte le piantumazioni. Sempre per tutelare il
verde pubblico, la legge che entrerà in vigore domani introduce norme a
tutela degli alberi monumentali e ridefinisce la Giornata nazionale
dell'albero, celebrata il 21 novembre, che punta a "perseguire,
attraverso la valorizzazione dell'ambiente e del patrimonio arboreo e
boschivo, l'attuazione del protocollo di Kyoto", e prevede attività
formative in tutte le scuole.
ANSA
La guerra in mare per salvare le balene
I «pirati verdi» dell’associazione «Sea Shepherd» contro i pescatori giapponesi, bloccano i rifornimenti alle baleniere
WASHINGTON, 9 febbraio 2013 - È di nuovo battaglia a sud dell’Australia tra la flottiglia
degli eco-guerrieri e i balenieri giapponesi. Dopo una serie di
pattugliamenti, il 29 gennaio, i «pirati verdi» dell’associazione Sea
Shepherd hanno localizzato il loro nemici, i pescatori venuti dal
Giappone. Una mossa seguita un’operazione a sorpresa. Due navi hanno
intercettato l’unità che doveva rifornire di carburante la baleniera
nipponica Nisshin Maru. Con una serie di manovre, la Sam Simon e la
Steve Irwin sono riuscite a impedire l’aggancio, costringendo la
petroliera a tenersi lontana. Un’azione che potrebbe avere serie
conseguenze sulla campagna di caccia in quanto la baleniera può restare a
secco.
LE NAVI - Una terza nave della Sea Shepherd - la Bob Baker - sta
invece inseguendo la Nisshin Maru. Una «filatura» condotta con l’aiuto
di droni ed elicotteri a disposizione degli eco-guerrieri. I vertici
della Sea Shepherd non hanno nascosto la loro soddisfazione per i
risultati ottenuti fino ad oggi: «Abbiamo inferto un duro colpo ai
pescatori giapponesi». A loro giudizio i cacciatori avranno problemi,
anche se lo scontro è forse solo all’inizio. E altre navi sono impegnate
nella sfida. I nipponici ne hanno inviate quattro, altrettanto ha fatto
la Sea Shepherd che, quest’anno, ha acquisito un nuovo battello, la Sam
Simon.
I PRECEDENTI - In passato i due schieramentisi
sono affrontati in modo feroce con idranti, lanci di granate stordenti e
«puzzolenti», manovre aggressive. Nel 2010 una baleniera ha speronato
l’Ady Gil, un velocissimo catamarano impiegato dagli eco-guerrieri.
Guido Olimpio
www.corriere.it
Albatros 62enne depone uova e cova piccolo
New York, 8 febbraio 2013 - Wisdom ha almeno 62 anni ed è di nuovo mamma: non è l'ultimo caso di fecondazione assistita estrema ma un miracolo nel mondo degli animali. In una remota isola del Pacifico una femmina di albatros considerata uno degli uccelli di età più avanzata che si conoscano al mondo, ha sfornato un uovo e covato un uccellino.
Madre e bebé stanno bene, hanno annunciato al settimo cielo gli scienziati del Midway Atoll National Wildlife Refuge. Uccelli della specie di Wisdom, un albatros di Laysan, muoiono di solito a metà della sua età, hanno detto gli esperti che da anni la seguono. Il piccolo è il 36esimo accertato della 'matusalemme dell'arià che dal 2006 ha covato almeno cinque uova e nel 2011 è sopravvissuta a uno tsunami che ha devastato la fauna aviaria del Pacifico. A conferma della straordinaria energia di mamma albatros, gli scienziati delle Midway, l'atollo che fu teatro di una famosa battaglia aeronavale durante la seconda guerra mondiale, hanno scoperto che ha volato cinque milioni di chilometri da quando è stata identificata e 'taggata' per la prima volta nell'atollo delle Hawaii nel 1956 a una età stimata allora di cinque anni: una distanza pari a circa 5 volte il viaggio dalla Terra alla Luna, ha indicato il Servizio Geologico Federale commentando entusiasticamente la nascita.
"Siamo senza parole: un uccello di 62 anni che continua a deporre uova", ha detto Bruce Peterjohn, direttore del Bird Banding Laboratory del centro del Servizio geologico a Laurel nel Maryland, secondo cui il fatto che Wisdom sia in grado di riprodursi a una età così avanzata può aiutare gli scienziati a capire di più sulla specie degli albatros ma anche sullo stato di salute degli oceani che costituiscono il loro habitat.
"E' una ispirazione per noi e un simbolo di speranza per la sua specie", ha commentato Doug Stalleril soprintendente delll'oasi faunistica del Papahanaumokuakea Marine National Monument, che include le Midway.
Diciannove su 21 specie di albatros sono considerate in via di estinzione e il loro destino è strettamente collegato con le attività dell'uomo: in particolare con la pesca a strascico che intrappola gli uccelli marini nelle reti mentre si posano sull'acqua in cerca di cibo.
Alessandra Baldini
(ANSA)
EUROPARLAMENTO CHIEDE STOP A PESCA INTENSIVA
Approvate due Relazioni
7 feb 13 - Il Parlamento europeo approva due relazioni sulla politica comune della pesca che vogliono proteggere gli stock ittici nei mari europei imponendo limiti al pescato, prevedendo riserve proibite alla pesca e combattendo i rigetti in mare. Zanoni: “Combattiamo gli interessi delle grandi lobby dei mari per preservare l'ecosistema marino e i suoi pesci”
“Quello di oggi sulla riforma della politica comune della pesca è un voto storico. Il nostro obiettivo è la sostenibilità del settore, la fine dello scarico in mare dei pesci mori indesiderati e la stesura di piani a lungo termine basati su solidi dati scientifici”. E' il commento di Andrea Zanoni, eurodeputato IdV e membro della commissione ENVI Ambiente al Parlamento europeo, all'approvazione di due relazioni sulla riforma della pesca comune europea. "La politica fallimentare degli ultimi 40 anni di pesca eccessiva ha minacciato la biodiversità dei nostri mari e reso i nostri pescatori disoccupati o dipendenti da sussidi. E' arrivata l'ora di cambiare registro”.
Il Parlamento europeo ha approvato oggi a Strasburgo (favorevoli 502, contrari 137 e astenuti 27) la relazione dell'eurodeputata socialista tedesca Ulrike Rodust sulla “politica comune della pesca” che mira alla conservazione degli stock ittici ponendo dei limiti alla pesca intensiva degli ultimi anni. I dati della Commissione europea suggeriscono che più dell'80% degli stock ittici del Mediterraneo e il 47% di quelli dell'Atlantico sono soggetti a pesca intensiva. Approvata anche la relazione dell'eurodeputato irlandese liberal democratico Pat the Cope Gallagher sulla “conservazione delle risorse della pesca”.
“Entro il 2015 la pesca eccessiva dovrà essere convertita in una pesca ecologicamente sostenibile – attacca Zanoni - Ben vengano piani di gestione pluriennali e la possibilità di istituire una rete di riserve in cui sia vietata la pesca per ripopolare i nostri mari. E poi i sussidi europei dovranno essere condizionati al rispetto delle nuove regole e la pesca costiera e selettiva godrà di un sostegno particolare”.
La relazione Rodust prevede che dal 2015 agli Stati membri sarà impedito di stabilire quote di pescato troppo elevate e perciò non sostenibili. I pescatori dovranno rispettare il "rendimento massimo stabilito" ovvero non si potrà catturare più di un certo numero di esemplari di una certa specie di quanti se ne possano riprodurre in un anno. La relazione Gallagher, invece, prevede l'adozione di specifiche misure volte a stabilire il tipo di attrezzi utilizzati, la maglia delle reti, il rispetto delle quote di cattura autorizzate e i tempi durante i quali la pesca è permessa.
“Nell'Adriatico e nel Mediterraneo si pescano sempre di più pesci di piccole e piccolissime dimensioni – spiega Zanoni – Nei mari della Sicilia non passa giorno che non vengano pescati tonni del peso di mezzo chilo e pesci spada lunghi appena 40 centimetri. Questo vuol dire che stiamo pescando, stiamo uccidendo i bambini dei pesci”.
E poi “guerra aperta la fenomeno del rigetto in mare – continua l'eurodeputato – Oggi il rigetto in mare comporta in Europa lo spreco di 1,7 milioni di tonnellate di pesci inutilmente pescati e uccisi. Con il voto di oggi chiediamo che venga rafforzato l'obbligo di sbarco per tutto il pescato e i relativi controlli sui pescherecci”.
“L'unico futuro per la pesca europea è realizzare una pesca ecologicamente sostenibile”, conclude l'eurodeputato.
CARTA D'IDENTITÁ DEI DELFINI”!
7 FEB. 2013 - L’INNOVATIVO PROGRAMMA D.O.C: un gestionale tutto italiano per creare le carte d’identità dei delfini
La ricerca scientifica e la salvaguardia degli animali selvatici, per mare e per terra, è da sempre ricca di forti emozioni, grandi soddisfazioni, ma anche di molti imprevisti.
I ricercatori del Centro Ricerca Cetacei si confrontano da anni con la vita dei mammiferi marini che popolano il Mediterraneo, in particolare quelli che vivono attorno all’Arcipelago Toscano, di cui fa parte anche il Santuario dei Cetacei, la più grande area marina protetta del Mediterraneo.
Questa zona ha un’importanza cruciale in quanto, nei mesi estivi, si può assistere al fenomeno dell’ ”up welling”, cioè alla risalita dal fondale di acque più fredde e profonde che portano in superficie una grandissima quantità di nutrienti, i quali, favorendo la proliferazione di plancton, attirano in questa zona un gran numero di cetacei di varie specie.
Il Centro Ricerca Cetacei, che ha sede sull’isola d’Elba, si è posto l’obiettivo di censire il maggior numeri di individui, in particolare delfini e balene, che nuotano nelle acque del Mediterraneo, utilizzando metodi non invasivi per non causare stress o disturbi di alcun tipo agli animali.
L’identificazione e il riconoscimento di un particolare individuo in specie animali che passano la maggior parte della loro vita nelle profondità marine è molto complicata.
La tecnica di cui si avvalgono i ricercatori del Centro è denominata “fotoidentificazione”: è un metodo che richiede esperienza, prontezza di riflessi e mano ferma; questa tecnica prevede l’uso di segni detti marker, naturalmente presenti sul corpo di molte specie di cetacei.
Con l’ausilio di macchine fotografiche digitali ad alta definizione dotate di potenti zoom, i ricercatori scattano fotografie ai delfini avvistati durante la navigazione: la parte più idonea da osservare per il riconoscimento individuale (che corrisponde a quella che più spesso emerge dall’acqua quando l’animale sale in superficie per respirare) è il profilo della pinna dorsale.
Spesso gli individui presentano una pinna dalle caratteristiche (forma, dimensione, margine) uniche: si annotano scrupolosamente graffi, depigmentazioni particolari, tacche differenti per posizione e numero, creando un vero e proprio “identikit” dell’animale.
Un individuo ben riconoscibile è uno che presenta non una singola caratteristica, ma un insieme di segni che risultano essere complessivamente distintivi e univoci per gli individui (Würsig & Jefferson, 1990).
Il Centro Ricerca Cetacei dal 2011 utilizza un software gestionale del tutto innovativo, elaborato in collaborazione con il Crisafi Web Studio, denominato D.O.C. (Database Online dei Cetacei); esso è stato sviluppato con tecnologia web e database relazionale.
Il progetto nasce dalla necessità di rendere possibile il confronto delle informazioni da parte di tutti gli studiosi di cetacei di tutti i mari italiani e del Mediterraneo e l’integrazione in tempo reale delle stesse.
Tutti i dati raccolti sul campo vengono inseriti all’interno del database; i ricercatori non devono installare alcun programma all’interno del proprio pc, dato che il sistema è accessibile in modalità cloud da qualsiasi postazione abbia un collegamento internet o intranet.
Il programma ha semplificato, ma soprattutto reso più preciso, il lavoro dei ricercatori: le migliori foto scattate durante la navigazione vengono inserite all’interno del database, andando a creare un vero e proprio archivio online.
Per ogni individuo noto viene creata una “carta d’identità”: all’interno, oltre alla “foto segnaletica” della pinna dorsale (lato destro e lato sinistro), si possono trovare informazioni fondamentali per una futuro riconoscimento, come numero e tipologia di marker naturali presenti sul corpo dell’animale, ma anche la specie di appartenenza, il sesso e il presunto anno di nascita.
Ogni avvistamento viene documentato dal ricercatore con delle fotografie digitali, le quali vengono poi inserite nel D.O.C. assieme ai dati identificativi dell’individuo avvistato (caratteristiche distintive della pinna) e all’ora e alle coordinate georeferenziate dell’avvistamento.
Qualora vi siano corrispondenze fra l’individuo avvistato ed altri presenti nel database il sistema le segnala all’operatore, permettendo così di verificare nella documentazione fotografica se si possa trattare o meno dello stesso soggetto. Questi dati sono di fondamentale importanza per avere un quadro più esaustivo delle complesse interazioni sociali tra i vari gruppi di individui e lo studio delle popolazioni che vivono in quella zona di Mediterraneo.
Il sistema automatizzato ha vari campi di utilizzo nello studio e salvaguardia delle popolazioni marine, permettendo attraverso l’analisi degli spostamenti e delle abitudini dei singoli individui, la comprensione delle dinamiche dei gruppi di cetacei e delle intere popolazioni stanziali, determinando anche quelli che sono i fattori di rischio ambientale che più influenzano la vita degli animali, allo scopo di fornire informazioni utili ad interventi di tutela e protezione mirati, come l’individuazione delle aree nelle quali è più utile istituire aree protette.
Grazie a questo strumento autofinanziato dal Centro Ricerca Cetacei con il sostegno di sponsor privati (ad esempio “Yourboatnaming” di Cobelli), sono stati realizzati programmi di divulgazione e sensibilizzazione sul rispetto dell’ecosistema marino.
Il sistema D.O.C. contiene anche un archivio relativo agli spiaggiamenti di numerose specie di cetacei. Da questi dati è possibile reperire numerose informazioni riguardanti la biologia, l’ecologia, le problematiche relative alle patologie delle specie che vivono nel Mediterraneo, e indirettamente conoscere quindi il livello di contaminazione delle acque e di conseguenza avere una visione più precisa della salute dei nostri mari.
L’obiettivo del D.O.C. è quello di creare una mappatura completa della presenza e della distribuzione dei cetacei nel Mediterraneo, con particolare dettaglio per le coste della penisola italiana che sono state suddivise in aree e subaree, consentendo un’ analisi più precisa degli eventi e delle dinamiche inerenti a un particolare braccio di mare.
I dati raccolti grazie al sistema D.O.C. sono utilizzabili anche in combinazione con idrofoni subacquei per studi di bioacustica, monitorando così i suoni emessi dai cetacei che forniscono preziose informazioni sulla comunicazione intra e interspecifica e l’interazione tra le specie.
Infine, grazie alla possibilità di utilizzare il D.O.C. in modalità cloud, ricercatori che operano in diverse parti del Mediterraneo possono condividere i dati aggiornandoli in tempo reale su una piattaforma web based, rendendo la collaborazione e la condivisione delle informazioni un valido strumento per una conoscenza più approfondita dell’ecosistema marino.
I ricercatori del Centro Ricerca Cetacei danno la possibilità agli studenti universitari di poter prendere parte in prima persona all’attività di ricerca e alle attività sul campo partecipando agli stages formativi che si svolgono a bordo di Altair, la barca a vela del Centro.
Alle esperienze di ricerca possono partecipare anche i non addetti ai lavori attraverso le numerose esperienze organizzate dai ricercatori e finalizzate a far conoscere i delfini nel loro ambiente naturale.
Puoi seguire le attività del Centro sul sito www.centroricercacetacei.org e contattare direttamente i ricercatori all’indirizzo info@centroricercacetacei.org per avere tutte le informazioni e il programma completo delle attività. Buona Navigazione!
Clelia Lovato
BALENE: ATTIVISTI, GIAPPONE NON HA ANCORA SPARATO UN ARPIONE
Nell'Oceano Australe
5 feb 13 - La flotta baleniera giapponese non é riuscita ancora ad uccidere una sola balena, nell'annuale caccia 'scientifica' di ogni estate australe nei mari antartici, trasformatasi in un duello ad alta velocità con gli ecopirati di Sea Shepherd, che quest'anno usano tattiche sofisticate, con droni ed elicotteri.
"Stiamo inseguendo la flotta giapponese e non hanno ancora sparato un solo arpione", ha detto il comandante Paul Watson, fondatore del gruppo, parlando per telefono satellitare dall'ammiraglia Steve Irwin.
La campagna di quest'anno, la nona, soprannominata Operazione Tolleranza Zero, è la più grande finora, con quattro navi e oltre 120 manifestanti-marinai. Sea Shepherd dichiara di aver salvato le vite di 4.000 balene nelle ultime otto stagioni, con campagne di disturbo sempre più incisive. "Non tollereremo la morte di una sola balena", ha ribadito Watson.
La flotta giapponese copre attualmente un'area di centinaia di chilometri quadrati attorno all'isola australiana di Macquarie, 1.400 km a sudest della Tasmania. Una delle navi di Sea Shepherd, la Brigitte Bardot, ha intercettato la settimana scorsa la nave arpionatrice Yushun Maru tre, a nord rispetto ai banchi di krill di cui si nutrono le balene. "La latitudine in cui l'abbiamo trovata è lontana dal continente antartico e dato che le grandi concentrazioni di balene si trovano vicino alla costa, significa che non hanno ancora cominciato la caccia", aveva annunciato su Twitter il comandante Jean Yves Terlain.
La scorsa estate il Giappone, che sfrutta una scappatoia del Trattato baleniero internazionale, era stato costretto a interrompere prematuramente la caccia 'scientifica' a causa degli attacchi di Sea Shepherd, dopo aver catturato appena 172 balene, un quinto della quota prefissata.
(ANSA)
Svelato il segreto dei gufi:
ecco perché hanno la testa rotante
Sono in grado di ruotare il capo di oltre 270 gradi
senza avere problemi di circolazione: i loro vasi sanguigni alla base
del capo riescono a dilatarsi creando 'riserve contrattili' di sangue e
la rete vascolare facilita l'afflusso anche durante il complesso
movimento
BOSTON
- I gufi hanno meno segreti. Almeno adesso sappiamo perché questi
animali, e in generale gli uccelli rapaci notturni (Strigiformi), come
civette, barbagianni e allocchi, sono in grado di ruotare la propria
testa in ogni direzione anche di oltre 270 gradi senza avere mai
problemi di circolazione sanguigna. Nello studio della Johns Hopkins
University School of Medicine - pubblicato su Science - gli
scienziati hanno utilizzato per la prima volta Tac e angiografia per
analizzare l'anatomia di decine di esemplari di uccelli notturni: negli
umani, l'improvvisa rotazione della testa può provocare un allungamento
dannoso dei vasi sanguigni e perfino dei coaguli che, una volta rotti,
possono innescare embolie mortali e ictus.
Per i gufi ruotare la
testa in questo modo è necessario per supplire al campo visivo ridotto e
alla relativa immobilità degli occhi. Ed è un processo talmente
affascinante che la sua descrizione grafica è stata premiata come una delle migliori illustrazioni scientifiche del 2012.
L'IMMAGINE
Per
carpire il loro segreto, i ricercatori hanno iniettato del colorante
nelle arterie di questi rapaci: i vasi sanguigni alla base della testa,
appena al di sotto dell'osso della mascella, hanno mostrato di
riuscire a dilatarsi sempre di più man mano che il colorante entrava e
di creare anche come delle piccole 'pozze' in cui il liquido fluiva come
entrando in una specie di riserva. Questa dinamica contrasta fortemente
con le caratteristiche anatomiche umane in cui le arterie tendono a
diventare sempre più piccole man mano che si diramano. Secondo gli
scienziati sono queste riserve contrattili di sangue che permettono ai
gufi di soddisfare il fabbisogno di sangue del cervello e dei grandi
occhi mentre ruotano la testa. La rete di supporto vascolare, con le sue
numerose interconnessioni, aiuta a ridurre al minimo l'interruzione del
flusso sanguigno.
(03 febbraio 2013)
www.repubblica.it