mercoledì 26 giugno 2019

Overshoot day

Overshoot day, Italia e Ue hanno esaurito tutte le risorse 
Il 10 maggio per l'Ue, il 15 per l'Italia. Con i nostri stili di vita ci servirebbero 2,8 pianeti

Overshoot Day, il giorno in cui si può considerare esaurita la biocapacità del pianeta, cioè la capacità che gli ecosistemi hanno di rinnovarsi nell'arco di un anno e continuare quindi a fornire 'servizi' indispensabili all'umanità: cibo, fibre, legname, capacità di assorbimento del carbonio e terreni dove poter costruire infrastrutture. Un anno, appunto, ma l'overshoot day per l'Europa arriva il 10 maggio, o a soli 5 mesi dall'inizio del 2019. E per l'Italia cade solo 5 giorni dopo, il 15 maggio. Perché consumiamo troppo e sfruttiamo le risorse naturali decisamente più velocemente del tempo loro necessario per rinnovarsi.
Overshoot day, Italia e Ue hanno esaurito tutte le risorse

Per mantenere l'attuale stile di vita dei cittadini europei, servirebbero 2,8 Terre, e non le abbiamo. Ma questo non ha impedito ad Europa e Italia di esaurire in 5 mesi il 'budget di natura' a disposizione nell'arco di un anno: nonostante la popolazione europea rappresenti solo il 7% di quella globale, usa infatti l 20% della biocapacità del pianeta. L'impronta ecologica pro capite, cioè l’ammontare di risorse naturali terrestri e marine consumate da ogni cittadino Ue, è la più alta del pianeta insieme a quella degli Stati Uniti.
A lanciare l'allarme da Sibiu, in Romania, in occasione del Summit informale del Consiglio europeo in cui si discute del futuro dell’Europa, sono Wwf e Global Footprint Network. "L'Overshoot Day dell'Ue costituisce un duro promemoria sul fatto che il consumo dell'Ue sta contribuendo al crollo ecologico e climatico del pianeta", dice Ester Asin, direttrice dell'Ufficio per le politiche europee del Wwf.
L’Earth Overshoot Day, cioè la data entro la quale l'umanità può considerare di aver utilizzato tutte le risorse ecologiche degli ecosistemi dell’intero pianeta, nel 2018 è arrivato il 1 agosto. Attualmente l’umanità nel suo complesso utilizza la capacità rigenerativa delle risorse biologiche di un 1,7 pianeta Terra per ricreare i servizi degli ecosistemi che utilizziamo annualmente. In pratica, tagliamo gli alberi prima che diventino adulti, peschiamo più pesce di quanto gli ecosistemi oceanici siano in grado di rigenerarli, emettiamo più carbonio nell’atmosfera di quanto le foreste e gli oceani siano in grado di assorbire.
Secondo i calcoli del Global Footprint Network il nostro mondo ha iniziato il suo 'overshoot' a partire dal 1970. Le conseguenze? Diminuzione degli stock delle risorse disponibili (da quelle ittiche a quelle forestali), rapido accumularsi di rifiuti che i sistemi naturali non sono in grado di assorbire o riciclare, crescente concentrazione di carbonio in atmosfera, cambiamenti climatici.
L’Impronta Ecologica (Ecological Footprint) misura l’ammontare dell’area di terra e dei mari biologicamente produttivi richiesti per produrre tutte le risorse dovute al consumo della popolazione e all’assorbimento dei suoi rifiuti (l’impronta ecologica in questo ambito calcola solo la capacità di assorbimento del carbonio prodotto dalle attività umane).
La biocapacità (Biocapacity) è costituita dall’area biologica produttiva che consente agli ecosistemi di rigenerare le risorse biologiche e assorbire i rifiuti generati dall’umanità. Include l’area biologica produttiva (o biocapacità) necessaria per le coltivazioni agricole, pascoli, infrastrutture, aree di pesca e prodotti degli ambienti forestali. Include anche l’area di foresta necessaria ad assorbire le emissioni addizionali di biossido di carbonio (o anidride carbonica) che non possono essere assorbite dagli oceani.
La Biocapacità e l’Impronta Ecologica sono espresse in un’unità definita 'ettaro globale' (Global Hectare-gha). L’ettaro globale rappresenta la produttività biologica di un ettaro di superficie rispetto alla produttività media mondiale. Le emissioni di carbonio derivanti dall’uso dei combustibili fossili costituiscono la maggiore componente dell’Impronta Ecologica dell’umanità da oltre mezzo secolo e continuano a mostrare un trend in crescita.


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mercoledì 29 maggio 2019

Crociata contro plastica in mare, navi e yacht si attrezzano
A Porto Cervo progetti innovativi,in campo anche gruppo Onorato

PORTO CERVO, 28 MAG 2019 - Facile e per certi aspetti necessario - come sottolineato dalla vicedirettrice di Legambiente, Serena Carpentieri - tenere alto l'allarme e far crescere la sensibilità pubblica rispetto al problema della plastica in mare, molto meno facile trovare soluzioni per limitare drasticamente l'uso di oggetti non smaltibili e ancora più complesso progettare sistemi davvero funzionanti per liberare oceani, ma anche mari eco-sensibili come il Mediterraneo. Federagenti, tra le prime associazioni professionali a lanciare l'emergenza plastiche in mare proprio dal Forum del lusso possibile di Porto Cervo, ha proposto oggi tre esperienze di frontiera per affrontare in concreto un problema che ha condivisioni ma non soluzioni comuni.

Guido Bertolaso, già responsabile della Protezione Civile, non solo ha presentato una Onlus internazionale, "A sea to live", ma anche una sommatoria di progetti virtuosi per eliminare una quota crescente di plastica. Da meccanismi rotanti da sistemare lungo il corso dei fiumi, responsabili delle maggiori quantità di versamenti di plastica in mare, a navi sperimentali (ipotizzato anche un rapporto di collaborazione con il Gruppo Onorato) sino a un sistema da applicare alle carene di una quota percentuale significativa delle navi (oltre 500.000) che operano sulle rotte commerciali del mondo. Ma, come detto, per le plastiche esiste anche un problema di sostituzione e quindi di disponibilità di prodotti biodegradabili ad hoc "che sono commercializzati - ha spiegato Gian Luca Greco di Natur World - da un ristretto gruppo di multinazionali che non sono oggi disponibili a garantire un'effettiva sostituzione della plastica nelle crescenti quantità richieste da una domanda destinata a esplodere".

E' stato inoltre presentato un progetto innovativo di bicchieri dotati di un chip in grado di assicurare una massiccia sostituzione dei bicchieri di plastica monouso nel corso di grandi eventi. Progetto questo lanciato da una startup genovese.

(ANSA)

Nasce l'idroluppolo,coltura senza terra produce il quadruplo

Due raccolti,a Terracina startup lavora eco-birra 100% italiana



 © ANSA

ROMA, 29 MAG 2019 - La birra del futuro avrà meno impatto ambientale, e sarà più redditizia per i coltivatori che forniscono l'ingrediente numero 1: il luppolo. E soprattutto parlerà italiano, mentre ora il 97% del luppolo utilizzato dai birrifici nazionali è importato. Con acquisti concentrati su tre varietà Usa e una tedesca per un valore complessivo stimato a 300 milioni di euro l'anno.
A Terracina, nel basso Lazio, una start up di giovani - nel team un laureato in ingegneria e un ricercatore in agraria - ha avviato una coltura sperimentale idroponica (fuori suolo) di luppolo. "Una coltura che non richiede terra perché - come spiega il ceo di Idroluppolo, Alessio Saccoccio - la pianta cresce quattro volte di più nel suo substrato e ci permette di produrre quattro volte di più, dimezzando il consumo di acqua. I raccolti inoltre sono due l'anno, assicurando maggiore redditività anche alla filiera agricola. E l'uso delle serre consente di mettere da parte gran parte dei timori per il maltempo". "L'idea - spiegano i neoimprenditori agricoli - è nata dal racconto di amici che hanno aperto un microbirrificio a Londra con grandi difficoltà per reperire luppolo di qualità. Con l'idroponica questa criticità è superabile anche per piccole imprese". Il test su 100 metri quadri ha già superato la prova del primo raccolto con la fornitura a km 0 ad un birrificio pontino, ma l'idea è quella di avviare una rete di imprese per il luppolo 100% made in Italy. Idroluppolo ha già vinto premi della Regione Lazio e tramite Facebook ha avviato iniziative di crowdfunding. "Stiamo cercando anche partner per l'Africa - continua Saccoccio - che ha aree con la fascia climatica ideale per l'idroluppolo. Per lo sviluppo della coltivazione non abbiamo bisogno dell'inverno perché facciamo un "letargo" indotto della pianta ma temperature dai 14 gradi a 30 gradi".


(ANSA)

sabato 4 maggio 2019

Farfalle

I bracconieri delle farfalle
Specie a rischio estinzione finiscono sul mercato nero. I collezionisti vanno a caccia sul web. L'allarme partito da Legambiente 


02 Maggio 2019 - Per una femmina di "Ammiraglio del pioppo", che vive nei boschi delle Alpi liguri, c'è chi è disposto a spendere anche 50 euro. Ne bastano, invece, solo 30 per portarsi a casa un esemplare di "Papilio Alexanor" delle Alpi marittime piemontesi, una tra le 18 specie italiane a rischio estinzione. È il mercato nero delle farfalle, ultima frontiera del bracconaggio. Un settore in costante crescita, secondo ambientalisti ed entomologi. Gli insetti vengono scambiati online, anche su eBay. E i loro tariffari circolano in rete. Nonostante i collezionisti di farfalle siano poche centinaia in tutto il mondo, il rischio è concreto: il loro "hobby" potrebbe presto farne scomparire dal pianeta intere specie. Soprattutto quelle che vivono concentrate in ambienti ristretti.

È il caso della farfalla "Cassandra" dell'Isola d'Elba: una varietà di Zerynthia (questo il nome scientifico) amata dagli esperti per il suo originale motivo nero, a zig zag, su uno sfondo biancastro con puntini rossi. Una farfalla avvistata per la prima volta negli anni Trenta, e che sull'isola si credeva estinta. Finché, 10 anni fa, non è ricomparsa, quasi per miracolo, in poche centinaia di esemplari. Oggi però la sua esistenza è messa di nuovo in pericolo dai bracconieri.

L'allarme è partito da Legambiente, che denuncia come negli ultimi mesi anche la Cassandra dell'Elba sia finita nei listini del mercato nero. "Si tratta di una specie protetta da numerose leggi, tra cui la direttiva Habitat dell'Unione Europea che ne vieta la cattura", spiega Umberto Mazzantini, della sezione Arcipelago toscano di Legambiente. "In tutto il mondo, la Zerynthia Linnea si trova solo in un'area di 4-5 chilometri quadrati, tutti all'interno del parco naturale dell'Elba - aggiunge Mazzantini - . Quindi quando si trova in vendita è chiaro che è stata catturata qui, compiendo un reato".

Obiettivo dei bracconieri non sarebbero tanto le farfalle adulte, quanto piuttosto le uova e le larve, che nel giro di pochi mesi si trasformano in crisalidi. "In questo modo la farfalla viene "imbalsamata" intonsa, appena esce dal bozzolo, e può essere piazzata meglio", spiega il responsabile di Legambiente. "Oggi una coppia di Zerynthie dell'Elba costa dai 30 ai 45 euro, mentre qualche anno fa per un solo esemplare i bracconieri ne chiedevano anche 100 - sottolinea Mazzantini - . La nostra preoccupazione è che il calo del prezzo indichi un'offerta sempre maggiore sul mercato nero".

Ma come ci si è accorti dei furti di farfalle? A sparire, all'interno del parco, sono state diverse piante di "Aristolochia", un tipo di vegetale velenoso su cui le Zerynthie depongono le proprie uova. Piante che crescono a certe condizioni di umidità e temperatura, rare quasi quanto le farfalle che vi nascono sopra. Per questo l'Università di Firenze, il Parco dell'Arcipelago toscano e Legambiente le hanno individuate e "censite" una per una. "Il problema non sono tanto quei collezionisti amatoriali che catturano le farfalle con il retino - lamenta Leonardo Dapporto, capo dei biologi fiorentini che hanno curato il progetto - Quanto piuttosto i venditori professionisti che fanno razzia di piante e quindi di uova, mettendo a rischio l'intera popolazione". Un problema diventato ancora più grave quando si è scoperto che la Cassandra elbana ha una "impronta genetica" diversa dalla sua "sorella" continentale, motivo per cui è stata riconosciuta dagli scienziati come specie del tutto autonoma. "I collezionisti ne hanno bisogno per completare la serie - denuncia Dapporto - proprio come se si trattasse di francobolli". 



venerdì 3 maggio 2019

Orto e giardino


Ecco perché dovresti piantare la lavanda nel tuo giardino in questo periodo

Tanti buoni motivi per piantare la lavanda subito nel tuo giardino. E tenere lontane le zanzare è uno di questi
Ci sono molte piante di cui ci si può prendere cura in giardino, sul terrazzo o balcone durante la primavera. La lavanda è sicuramente una di queste, non solo perché bella e profumata ma anche per i tanti vantaggi che offre.
Utilizzata da secoli per scopi medicinali e di bellezza, ma con diverse applicazioni anche in cucina e per la cura della casa, la lavanda è una pianta che tutti dovrebbero avere nel proprio giardino. Perché? I motivi sono davvero molti…


E’ profumata

Le piante di lavanda producono una fragranza profumata e rilassante che riempirà tutto il giardino diffondendosi anche in casa. I suoi fiori, oltre che profumati, sono anche belli e perfetti da essiccare trasformandoli in pot-pourri o sacchetti profuma biancheria.

Attira api e farfalle nel giardino

La lavanda è apprezzata per il suo colore, le proprietà medicinali ma anche per il fatto di riuscire ad attirare a sé api e farfalle che popoleranno così il vostro giardino.


api lavanda
 
Visto il declino globale della popolazione delle api, piantare la lavanda in giardino è un piccolo gesto concreto per proteggere questi insetti tanto preziosi che lavoreranno duramente anche per impollinare i vostri fiori e le vostre piante, garantendovi un giardino colorato e vivace.



E’ un insetticida naturale

Un altro vantaggio che offre lavanda, utile soprattutto in estate, è il suo essere un repellente naturale per insetti e zanzare. A differenza degli umani, infatti, che tendono ad essere attratti dal profumo calmante della lavanda, le zanzare sono respinte da questa fragranza.
Teniamola dunque in giardino o in terrazzo e avremmo l’opportunità di allontanare in maniera naturale le tanto fastidiose zanzare ma anche falene, mosche e pulci.
Se volete piantare la lavanda a questo scopo vi conviene metterla nelle zone più soleggiate del giardino o del terrazzo o vicino agli ingressi di casa in modo da mantenere quelle aree libere dagli insetti. Potete anche preparare dei bouquet di lavanda da appendere in casa per tenere lontane zanzare e mosche e profumare gli ambienti.
LEGGI anche: 5 piante anti-zanzare facili di coltivare

Lavanda per la bellezza

Non sottovalutate anche gli usi della lavanda per la bellezza. Un infuso a base di fiori secchi di lavanda può essere aggiunto all’acqua del bagno per lenire problemi alla pelle e rilassare il corpo e la mente. Si possono aggiungere anche fiori di lavanda secchi ai sali da bagno o ai Sali di Epsom.
Con un infuso alla lavanda è possibile anche rafforzare i propri capelli e combattere le infezioni. Aggiungi qualche rametto di lavanda fresca ad un barattolo di vetro riempito con acqua calda e lascialo al sole per diverse ore. Togli poi le erbe, aggiungi un cucchiaio di aceto di mele e usa la miscela per risciacquare i capelli dopo lo shampoo.

Lavanda in cucina

Forse non ci avete mai pensato, ma i fiori di lavanda potranno tornarvi comodi anche in cucina, con questi potrete preparare tisane, cocktail o la limonata alla lavanda di cui vi abbiamo parlato. E' possibile anche aromatizzare lo zucchero o il sale sgretolando finemente i fiori secchi o ancora preparare lo sciroppo alla lavanda.



Come e quando piantare la lavanda

La primavera è senza dubbio la stagione migliore per piantare la lavanda perché il terreno inizia a scaldarsi. Ecco alcuni importanti suggerimenti da seguire se volete iniziare a prendervi cura di questa pianta.

  • Poni le piantine di lavanda distanti tra loro di almeno 60 centimetri (considerate che possono raggiungere anche un metro di altezza).
  • Tieni le piante lontane da zone umide
  • Pianta la lavanda in "terreno povero" con un pH neutro.
  • Garantisci alla lavanda molto sole


 
Si tratta di una pianta resistente e abbastanza facile da coltivare che vive sostanzialmente di sole e di terra asciutta. Altri suggerimenti per coltivare la lavanda nel giardino o nell’orto potete trovarli QUI.

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sabato 20 aprile 2019

Le oche in vigna al posto di diserbante e trattori
A Montefalco la scelta taglia-gasolio di produttori biodinamici


 © ANSA

ROMA, 9 sett. 2018 - Oche libere di scorrazzare tra i filari per tagliare i trattamenti chimici in vigna e i costi del gasolio. E' la scelta agronomica dell'azienda vitivinicola Di Filippo che a Montefalco che aiuta a contenere i costi d'impresa e permette di offrire al consumo calici di vino sostenibile.

''Sono circa 400 le oche - raccontano Roberto Di Filippo e la sorella Emma, viticoltori con metodo dell'agricoltura Biologica e della filosofia Biodinamica - che 'pascolano' dalle sei del mattino e tornano da sole alle sette di sera, svolgendo involontariamente svolto un lavoro molto importante: si nutrono dell'erba infestante, eliminando la necessità di tagliarla con attrezzi meccanici, o peggio ricorrere a diserbanti chimici.

L'utilizzo delle oche, non solo fa risparmiare 100 litri di carburante ad ettaro per trattori e falciatrici, ma con il loro passo lieve le oche non compattano ne riducono la fertilità il terreno, come farebbe il passaggio di una pesante falciatrice.

Questo esito giova moltissimo alla pianta. Le oche concimano, fertilizzano e migliorano la qualità della sostanza organica, potenziando l'attività microbica del suolo, evitando l'impiego di diserbanti. Vi sono profondi cambiamenti biochimici legati alla presenza delle oche, che migliorano indiscutibilmente la qualità produttiva di un vigneto biologico. Da cinque anni, In virtù della collaborazione con l'Università di Perugia, Department of Agricultural, Environmental and Food Science University, sperimentiamo con successo l'allevamento delle oche in vigna''. Il principio è quello dell'Agroforestry, il sistema che prevede la convivenza di coltivazioni verdi, semine e pascoli sullo stesso terreno, per un'agricoltura virtuosa che si autosostiene, dove non ci sono scarti o rifiuti e sarà illustrato il 14 settembre, annunciano in una nota, in un convegno, a cura dell'Università di Perugia, nell'ambito della manifestazione Enologica Montefalco.

ANSA

martedì 16 aprile 2019

Acqua dalla nebbia per irrigare il deserto e riforestarlo: la rivoluzionaria sperimentazione tutta italiana
acqua dalla nebbia nel deserto
Irrigare il deserto e rinverdirlo si può, prendendo l’acqua dalla nebbia. Un team dell’Università di Firenze ha sperimentato con successo nel deserto di Atacama, in Sud America, la tecnica del water harvesting, con la quale si “distilla” l’acqua dalla nebbia. E ha fatto rinascere pezzi di foresta.
I ricercatori dell’Università di Firenze, e in particolare del Dipartimento dei Sistemi agricoli, alimentari e forestali (Gesaaf) ci hanno lavorato per 23 anni e ottenuto ora un incredibile successo: il water harvesting funziona e dalle foschie si ottiene veramente acqua, un bene preziosissimo per tutti, ma soprattutto per le zone aride e semi-aride, nonché in quelle fragili. Anche e, soprattutto, in termini di riforestazione.
Con l’hashtag #fogcollection (raccolta di nebbia), la squadra ha annunciato  il successo sulla pagina Facebook del laboratorio dedicato.
Ma come funziona veramente la tecnica? Con il nome di water harvesting si intende in realtà una serie di tecniche di concentrazione di acqua piovana e successivo immagazzinamento per utilizzo successivo, che “approfittano” delle pochissime piogge che si verificano nelle zone aride.
Nel caso specifico si usano delle “ragnatele” che catturano le goccioline d’acqua sospese nella nebbia che arriva dal mare, raccolte poi in un serbatoio grazie a delle canaline. “In media siamo riusciti a ricavare 12 litri di acqua al giorno con un sistema di reti alte 4 metri e larghe 12 per un’area di cattura complessiva di 960 metri quadrati – ha detto a ‘La Repubblica’ Fabio Salbitano, membro del team – L’acqua, in un primo momento, è stata destinata a un progetto di riforestazione della regione e, a 23 anni dalla semina, oggi il 65% di queste piante sono ancora vive e crescono“.
Il gruppo di ricerca, formato dai dottorandi Beatrice Laurita, Kamar Khazal e dallo stesso Fabio Salbitano aveva già lavorato in Etiopia, Kenya, Brasile e Guatemala, in alcune occasioni già con siti pilota, per la ricerca dei siti ottimali per la raccolta dell’acqua, cercando sempre di coinvolgere le comunità locali.
“Il Water Harvesting Lab nasce per sviluppare la ricerca nel campo della realizzazione di Water Harvesting – si legge sul sito ufficiale del team – la gestione dell’acqua piovana attraverso le applicazioni GIS e la Cooperazione Internazionale, in particolare nelle aree aride e semi-aride e nelle regioni fragili”.
Le zone aride e fragili del pianeta sono tante, e in aumento. Così come, purtroppo, un’opera di indiscriminata deforestazione compiuta dall’uomo. Successi come questi ridanno speranza. E vita.
Il lavoro è stato pubblicato su Science of Total Environment e presentato all’ultima Assemblea dell’EGU – European Geoscience Union lo scorso 8 aprile.

13 Aprile 2019