venerdì 13 maggio 2016

Abbattete l'ultima foresta d'Europa!


Una delle ultime foreste intatte dell'Europa è in pericolo. Białowieża è l’unica grande foresta millenaria di pianura rimasta in Europa. Questa foresta ospita gli alberi più grandi del continente, e l’ultimo grande mammifero selvatico d'Europa, il bisonte. Solo una piccola parte di questa foresta (il 16 per cento) è protetto dallo status di parco nazionale e altre parti sono protette dall’Unione Europea e come sito del patrimonio mondiale dell'Unesco. Il resto è considerato "foresta commerciale" e il governo polacco ne vuol fare una mera cava di legname. Negli ultimi anni, infatti, gli ambientalisti hanno vinto la battaglia per mettere sotto controllo il taglio degli alberi: le comunità locali e il governo possono abbattere e raccogliere solo una quota di legname ogni anno. Il nuovo ministro dell'ambiente Jan Szyszk però ha deciso di aprire la foresta al taglio commerciale, guarda caso proprio quando la quota prevista è stata già raggiunta. Il ministro sostiene che il legno resti "marcire" in quanto gli abeti vengono uccisi dal Bostrico dell’abete, un coleottero che divora la corteccia dell’abete rosso. In gioco però non ci sono gli abeti rossi in decomposizione, ma evidenti interessi commerciali. E infatti gli scienziati hanno sbugiardato le ragioni "scientifiche" del taglio promosse dal governo polacco: "Se permettiamo che diventi una foresta produttiva, perderà il suo valore e la sua biodiversità". dice Rafał Kowalczyk, direttore dell’Istituto di ricerca sui Mammiferi di Białowieża, intervistato dal Guardian "Ci vorranno centinaia di anni per porre riparo a questa distruzione"

Come spiega Kowalczyk, l'abete rosso ha radici poco profonde, e soffre per i terreni divenuti più aridi in seguito al cambiamento climatico. Questo è il motivo per cui questo albero è ha perso le difese verso il famigerato coleottero. Si tratta a questo punto di un processo naturale per la creazione di una foresta più resistente: in aree dove abete non riesce a rigenerare, sarà rapidamente sostituito da altre specie - come carpine e tiglio - più adatte alle nuove condizioni ambientali. Inoltre, una foresta naturale è e deve essere ricca di legno morto: non è uno spreco, come sostiene il ministro, ma un habitat essenziale per un gran numero di invertebrati e di altri animali. Per esempio, il picchio tridattilo è quattro volte più raro nella parte commercialmente della foresta di Białowieża, dove gli alberi morti sono più raro.


Ampi tratti della foresta di Białowieża sono unici perché non sono mai stati abbattuti, ma la foresta non è tutta millenaria. Infatti questo grande paesaggio forestale sostiene una popolazione umana che si sostiene col turismo, con la produzione di miele, la raccolta di funghi, la caccia e un moderato prelievo di legname. Lo scontro tra natura intatta come spreco contrapposto alle necessità delle comunità locali non è che un pasticcio demagogico di nessun valore scientifico. Il coleottero in realtà viene usato come pretesto per interessi commerciali che hanno ben poco a che vedere con il benessere delle comunità locali.


In realtà solo il 57% devoluti da abbattere hanno a che fare con alberi compiti dal coleottero, il cui legno è economicamente inutilizzabile. Le imprese del legno sono invece interessate agli albori sani, possibilmente ai grandi alberi secolari. Ma il guadagno dei venditori di legname è nulla in paragone al valore dell’ultima grande foresta di pianura ancora intatta. E gli scienziati avvertono che aprire al taglio anche aree limitate rischia di spazzare via intere specie. Inoltre, secondo gli scienziati, il parco di Białowieża è ancora troppo piccolo per sostenere alcune specie: 100 chilometri quadrati di parco a fronte di habitat, come quello della lince, che si estendono comunemente intorno ai 300 chilometri quadrati. Insomma, sostengono gli scienziati, il parco va esteso, e fette più ampie di foresta protette. 

27 aprile 2016

lunedì 9 maggio 2016

Aumentano i pesticidi delle acque. Fra i più diffusi c'è il glifosato

Ispra, aumentano i pesticidi delle acque. Fra i più diffusi c'è il glifosato

Due campioni su tre, fra quelli superficiali, contengono sostanze inquinanti. Contaminata anche una falda sotterranea su tre. Il glifosato viene ritenuto dall'Oms probabilmente cancerogeno



ROMA - Aumentano i pesticidi nei punti monitorati delle acque italiane, sia in quelle superficiali (più 20% tra il 2003 e il 2014) sia in quelle sotterranee (più 10%). Lo afferma l'Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) nell'edizione 2016 del Rapporto Nazionale Pesticidi nelle Acque, relativa al 2013-2014.

Secondo le analisi dell'Istituto, le acque superficiali (fiumi, laghi, torrenti) contengono pesticidi nel 64% dei 1.284 punti monitorati (nel 2012 erano il 57%), quelle sotterranee nel 32% dei 2.463 punti studiati (erano il 31% nel 2012). Un campione superficiale su cinque in Italia non è solo contaminato, ma supera anche il livello di qualità ambientale. L'inquinamento è più diffuso nella pianura padano-veneta, anche perché lì sono più frequenti i monitoraggi. Fra le sostanze rilevate più spesso c'è il glifosato, insieme al suo prodotto di decadimento, l'Ampa.



Ispra, aumentano i pesticidi delle acque. Fra i più diffusi c'è il glifosato 
 
Il glifosato è al centro di una polemica scientifica da quando l'Oms lo ha dichiarato probabilmente cancerogeno a marzo dell'anno scorso. A ottobre l'Efsa (l'Autorità europea per la sicurezza ambientale) aveva pubblicato un nuovo dossier, definendo al contrario "improbabile" il rapporto fra questo erbicida e i tumori. L'Unione Europea dovrà decidere entro giugno se prorogare l'autorizzazione all'uso del diserbante nel territorio dell'Ue. Le discussioni della Commissione si sono sempre chiuse finora con una fumata nera.

L'Ispra ha messo insieme i risultati forniti dalle varie agenzie regionali per la protezione dell'ambiente. Lo stesso Istituto ha precisato che la copertura del territorio è tutt'altro che omogenea e molti dati relativi al centro-sud non sono mai arrivati. Molise e Calabria non hanno fornito alcuna informazione, mentre per altre regioni mancano i numeri sulle acque sotterranee. Le analisi relative al glifosato e all'Ampa vengono svolti solo in Lombardia e Toscana e solo in superficie.

Anche con campionamenti così limitati, il diserbante delle controversie risulta comunque "fra i principali responsabili del superamento dei limiti di qualità ambientale" scrive l'Ispra. E' stato ritrovato infatti nel 40% dei campioni di acqua analizzati, mentre l'Ampa arriva al 71% dei campioni.





Ispra, aumentano i pesticidi delle acque. Fra i più diffusi c'è il glifosato
A preoccupare l'Istituto è la "diffusione elevata" degli inquinanti "anche nelle acque sotterranee, con pesticidi presenti nelle falde profonde naturalmente protette da strati geologici poco permeabili". Il 7% di questi campioni è contaminato oltre i livelli di qualità ambientale.
Se i diserbanti restano le sostanze più diffuse (anche perché vengono usati in primavera, quando piove di più), sono in aumento fungicidi e insetticidi come i neonicotinoidi, accusati della moria delle api e degli altri insetti impollinatori.

Ispra, aumentano i pesticidi delle acque. Fra i più diffusi c'è il glifosato
Sempre più spesso l'Ispra rileva nell’acqua la presenza di molte sostanze tossiche contemporaneamente: "Più che in passato sono state trovate miscele di sostanze contenenti anche decine di componenti diverse. Ne sono state rilevate fino a 48 in un singolo campione. La tossicità di una miscela è sempre più alta di quella dei singoli componenti" scrive l’Istituto.

L'aumento dell'inquinamento dell’acqua è in controtendenza con i dati sulle vendite dei pesticidi, che oggi vengono sparsi sui nostri campi al ritmo di 130mila tonnellate all'anno, con un calo del 12% rispetto al 2001. "In molte aree del centro-sud - spiega l'Ispra - solo con ritardo sta emergendo una contaminazione prima non rilevata". I tempi di smaltimento di queste sostanze, inoltre, sono molto lunghi. Soprattutto nelle acque sotterranee.


http://www.repubblica.it

mercoledì 27 aprile 2016

Api anti-esplosivo


Le chiamano Bomblebees, sono le api e vespe addestrate per riconoscere gli esplosivi. La Inscentinel, una società di Hertfordshire ha ricevuto 250.000 sterline dal governo britannico per metterle alla prova: l’olfatto delle api sarebbe efficiente come quello dei cani. Ma secondo Ivan Hoo, amministratore delegato di Inscentinel, mentre addestrare un cane può richiedere sei mesi, gli insetti sarebbero più adattabili, e imparerebbero a riconoscere un esplosivo in... 6 secondi. Tuttavia, gli scienziati britannici sono scettici: secondo loro basterebbe l’odore di un fiore per distrarre un’ape dallo scoprire dell'esplosivo.
da www.focus.it

giovedì 21 aprile 2016

Una boa per creare energia

SI CHIAMA WAVESPRING LA BOA MARINA CHE ALIMENTA 200 ABITAZIONI CON LE ONDE DEL MARE


I primi test sono stati un successo: si ispira al sistema di pompaggio cardiaco umano
www.rinnovabili.it


Energia dalle onde: WaveSpring è la boa marina che non ha rivali

Il cuore è una delle pompe più efficienti creati da Madre Natura. Ecco perché quando la svedese CorPower Ocean ha voluto cimentarsi nella progettazione di un impianto per lo sfruttamento dell’energia dalle onde si è ispirata al muscolo cardiaco umano. E’ nata così WaveSpring, innovativa tecnologia di produzione energetica capace di trasformare  le onde marine in elettricità con un efficienza senza pari.


Forte dei primi test effettuati, la società è convinta di poter introdurre facilmente il proprio dispositivo nel nascente mercato dell’energia dalle onde. Nonostante la profusione  di progetti e concept di questi ultimi anni i concorrenti in carne e ossa sono ancora pochissimi e i record appartengono quasi tutti alle acque del nord Europa (vedi il più grande impianto per la produzione di energia dalle onde realizzato da Seabased).


Ma quello che promette l’azienda svedese va oltre quanto visto fin’ora. WaveSpring sarebbe più economico da fabbricare e produrrebbe tre volte l’output energetico ottenuto oggi dal miglior design in circolazione. Il dispositivo è costituito da una boa galleggiante di circa otto metri di diametro (collegata al fondo marino mediante un cavo di ormeggio); l’unità è in grado di assorbire energia in maniera combinata sia dalla corrente superficiale che dal movimento di sollevamento delle onde.

corpower

La tecnologia permette al corpo di WaveSpring di oscillare in risonanza con le onde in arrivo, amplificando la propria capacità di catturare il movimento e di conseguenza l’energia prodotta: una singola boa di stanza in mare aperto è in grado di generare circa 250 kilowatt di potenza, abbastanza per coprire il fabbisogno elettrico di 200 abitazioni. CorPower sostiene non solo che la sua macchina sia tre volte più efficiente delle attuali tecnologie per la cattura dell’energia delle onde ma anche che il dispositivo impieghi meno materiali per fornire un costo al kW inferiore a quello degli altri impianti oggi esistenti.


I risultati dei primi test effettuati dimostrerebbero che WaveSpring è in grado di competere con altre tecnologie di produzione energetica da fonti rinnovabili marine, come l’eolico offshore. Ma per raggiungere il vero obiettivo della società (un costo di 150 euro/ kWh per i primi array, per scendere poi sotto i 100 euro con i grandi volumi), la strada da percorre non è finita. Le sperimentazioni e i miglioramenti continueranno, anche grazie al nuovo finanziamento da 6,5 milioni di euro, ottenuto lo scorso anno.

wave

“Questo finanziamento – spiega Patrik Moller, chief executive di CorPower – significa che ora siamo in grado di fare un passo avanti significativo per portare sul mercato questa tecnologia all’avanguardia e contribuire così ad un fondamentale cambiamento nella produzione di energia elettrica dalle onde dell’oceano”.


I nuovi fondi daranno il via ad un terzo round di valutazioni che includeranno anche dei test in un ambiente controllato per verificare prestazioni e affidabilità, seguito dall’istallazione in mare presso il sito di prova a Scapa Flow, una baia situata nell’arcipelago delle isole Orcadi, Scozia. CorPower ha dichiarato l’intenzione di portare sul mercato i primi WaveSpring entro il 2020. Il progetto è sostenuto anche dall’Agenzia Svedese per l’Energia e Wave Energy Scozia.

21 aprile 2016

sabato 12 marzo 2016


Anche il canto degli uccelli è dominato dall'emisfero sinistro

Negli uccelli canori è possibile osservare specifici schemi di attivazione cerebrale in seguito alla percezione del canto che ricordano quelli connessi alla percezione del linguaggio parlato nell’essere umano (red) 

In che modo viene influenzato l’apprendimento uditivo e vocale del linguaggio dalla prevalenza di uno dei due emisferi cerebrali? La questione è complessa, ma gli studi sugli animali consentono di osservare come si è evoluta questa importante caratteristica neuroanatomica.

Sull’ultimo numero dei “Proceedings of the National Academy of Sciences”
viene presentato uno studio sugli uccelli canori, i quali, secondo le conclusioni, mostrano una lateralizzazione assai simile a quella umana, in particolare negli esemplari giovani nella fase di apprendimento del canto.

Nell’essere umano, è noto da tempo che due regioni, l’area di Broca, nel lobo frontale, e l’area di Wernicke, nel lobo temporale, sono coinvolte in modo cruciale nella produzione e nella percezione del linguaggio. Quando si espone un bambino al linguaggio parlato e si esegue una scansione con la risonanza magnetica funzionale, si osserva un’attivazione prevalente nell’emisfero sinistro. Più nello specifico, alcuni studi hanno rilevato una dominanza del lato sinistro dell’area di Wernicke fortemente correlabile a processi di memorizzazione in seguito alla percezione del linguaggio parlato già in neonati di soli 2,5 mesi di età.

Anche il canto degli uccelli è dominato dall'emisfero sinistro
Esemplare maschio di (Cortesia Johan Bolhuis)
In passato, alcune ricerche avevano stabilito che gli uccelli canori, a differenza di ciò che avviene nei primati non umani, imparano a vocalizzare in modo simile ai bambini, e possiedono regioni cerebrali analoghe a quelle umane che mostrano una simile dissociazione neurale tra produzione vocale da una parte, e percezione e memoria uditiva, dall’altra. Sia negli esseri umani sia negli uccelli canori, inoltre, è stata documentata la lateralizzazione della responsività neurale in queste regioni cerebrali.

In quest’ultimo studio, i ricercatori hanno analizzato la risposta di alcuni esemplari di diamante mandarino, specie appartenente all’ordine dei passeriformi, all’esposizione al canto di un uccello tutore e a un canto non familiare. È così stata riscontrata una dominanza del lato sinistro nell’attivazione neuronale in un’area che rappresenta l’analogo dell’area del Broca. L’effetto è stato osservato in esemplari sia giovani sia adulti e indipendentemente dallo stimolo utilizzato.

Negli esemplari più giovani, tuttavia, si è evidenziato un fenomeno peculiare, poiché la dominanza del lato sinistro del nidopallio caudomediale, che per questi uccelli equivale all'area di Wernicke, si manifestava solo durante l'ascolto del canto dell’uccello tutore e non nel caso del canto non familiare. Inoltre, questa dominanza era  legata specificamente alla fase di apprendimento del canto e risultava correlata ai processi di memoria.

In complesso, questi risultati sembrano quindi confermare un notevole parallelismo tra canto degli uccelli e linguaggio parlato umano, aggiungendo un importante tassello al complesso mosaico delle basi neurologiche dell’apprendimento del linguaggio.


http://www.lescienze.it

lunedì 29 febbraio 2016

CAMMINARE NEI BOSCHI FA BENE AL CERVELLO E AL CORPO

Camminare nei boschi fa bene al cervello
Una nuova ricerca ha dimostrato che il contatto con la natura inibisce la formazione di pensieri negativi, che possono sfociare in gravi patologie come la depressione.

Camminare nei boschi fa bene
, è una verità talmente elementare che sembrerebbe superfluo ricordarlo. Quando siamo tra gli alberi il battito cardiaco rallenta, la pressione si abbassa e l’umore migliora così rapidamente che medicine, terapie e analisi sembrano miseri palliativi al confronto.


Non sempre però verità che ci sembrano limpide vengono riconosciute dalla scienza ufficiale, impegnata a scindere il mondo in unità distinte da analizzare separatamente, perdendo di vista l’insieme. Questa volta però, una nuova ricerca ha confermato che passeggiare a contatto con la natura ha un effetto rigenerante sul cervello e aumenta i livelli di attenzione.
 
Lo studio, pubblicato sulla rivista ‘Proceedings of the National Academy of Sciences’, è stato condotto da Gregory Bratman, dottorando in biologia all’Università di Stanford.

Il ricercatore ha radunato 38 persone che vivono in zone urbane, le ha divise in due gruppi e le ha invitate a camminare per 90 minuti. Metà gruppo ha passeggiato in un parco vicino al campus di Stanford, mentre gli altri hanno camminato lungo una strada trafficata nel centro di Palo Alto, California.

Prima e dopo la passeggiata ai partecipanti è stato sottoposto un questionario, volto a misurare la loro tendenza alla formulazione di pensieri negativi autoreferenziali che aumentano il rischio di depressione. I volontari sono inoltre stati sottoposti a scansioni cerebrali focalizzate su una regione del cervello chiamata corteccia prefrontale subgenuale, area collegata all’autostima che risulta particolarmente attiva mentre si fanno pensieri negativi su sé stessi.

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I risultati hanno evidenziato che le persone che hanno camminato nel parco hanno mostrato una diminuzione dei pensieri negativi
. Le risposte al questionario sono state differenti dopo la passeggiata e l’attività cerebrale ha confermato il cambiamento di umore.


“Stare a contatto con la natura, anche per breve tempo, aiuta a ridurre i modelli di pensiero associati, in alcuni casi, a patologie come la depressione”, ha dichiarato l’autore principale dello studio.
La ricerca dovrà essere approfondita ed estesa ad un campione maggiore di soggetti,ma rappresenta comunque la prova scientifica dei benefici sul nostro organismo derivanti dall’esposizione alla natura.

Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto”, scriveva Henry David Thoreau nel libro: “Walden ovvero vita nei boschi”.

Fonte: lifegate.it
letto su : http://www.conoscenzealconfine.it/camminare-nei-boschi-fa-bene-al-cervello/

domenica 27 dicembre 2015

Il caffé

DIECI MOTIVI PER EVITARE IL CAFFE’
 
Liberarsi dalla dipendenza dal caffè non è facile.
La prima settimana avrai probabilmente forti mal di testa, dolori alle orecchie e nausea. Queste reazioni dimostrano in modo lampante quanto velenosa sia la caffeina. 
Non è nemmeno sufficiente limitarne l’assunzione perché anche la tazzina quotidiana fa parecchi danni.  
E’ proprio quella tazzina che mantiene un legame con la dipendenza impedendo al nostro organismo l’espulsione totale dell’acido urico e della caffeina. 
Il risultato è un continuo stop alla detossificazione. Il classico bastone fra le ruote. 

Immagine tazzina di caffè 
IL DECALOGO DI VALDO VACCARO CONTRO IL CAFFE’
 
Ci spiace per la Splendid, per la Illy, per la Segafredo, per Hag e Lavazza, per la Redbull e per tutte le cole del mondo, cariche all’inverosimile di caffeina, ma la bocciatura è generalizzata.  

  1. Il caffè è una droga caustica che causa assuefazione e forti crisi di astinenza. Anche chi prende un solo caffè al giorno trova oltremodo difficile liberarsi da tale schiavitù. Il caffè può essere considerato una versione legale della cocaina.
  2. Il caffè è teratogeno, per cui causa difetti genetici alla futura prole. Molti esperimenti dimostrano che è troppo spesso causa di malformazioni e difetti agli arti dei neonati.
  3. Il caffè è mutageno. Una tazzina contiene 250 mg di acido clorenico, di actractylasides (estremamente tossico) e di glutathione transferase inducers (cafestol palmitates). 
  4. Il caffè è cancerogeno per il suo materiale combusto e per il contenuto in methilglyoxal (mutagenic pyrolisis product), ed è associato a tumori alle ovaie, alla vescica, al pancreas, allo stomaco e all’intestino.
  5. Il caffè contiene caffeina, uno tra i 20 veleni più pericolosi del pianeta, un alcaloide tossico che irrita il sistema nervoso, sbilancia il sistema simpatico e causa aritmie cardiache.
  6. Il caffè è torrefatto ed amaro. Corrompe l’alito, ingiallisce i denti, irrita lo stomaco e danneggia pesantemente il fegato. Come se non bastasse, ha effetti distruttivi sul sistema renale. Una tazza di caffè ci mette 21 ore per passare attraverso i reni e il sistema urinario. Bastano 8 tazzine al giorno per fare di una persona sana un cliente probabile alla dialisi e al trapianto.
  7. Il caffè è carico di acido ossalico che vincola e sequestra il calcio, e causa calcoli ai reni e in altre parti del corpo.
  8. Il caffè è carico di acido urico. Acidifica il corpo e causa osteoporosi. Sovverte la digestione e il sonno. E’ causa di emicrania, di fiacchezza e di depressione nelle inevitabili fasi di carenza.
  9. Il caffè produce una restrizione dei vasi sanguigni, alta pressione, irregolare circolazione coronarica, insufficienza renale, ulcere gastriche, ronzio alle orecchie, tremito muscolare, irrequietezza, sonni agitati, diabete nei neonati, irritazioni gastrointestinali, sconvolgimenti nel glucosio del sangue (spinge il pancreas a secernere più insulina).
  10. Il caffè, sia a pasto che dopo pasto, fa da innaturale acceleratore digestivo in quanto obbliga il cibo a lasciare lo stomaco, ed anche l’intestino, troppo rapidamente, causando malassorbimento degli alimenti e rallentamento della peristalsi intestinale. Il latte nel caffè è un ulteriore errore alimentare, col tannino del caffè che va in fermentazione e causa irritazioni intestinali.
http://valdovaccaro.blogspot.it/